Diversità può anche non essere ciò che tutti pensano: un viso dalla pelle scura o una lingua diversa. A volte è un semplice modo di vedere!


OGGI IL NOSTRO GIARDINO SI ANIMA DI PENSIERI.

GRAZIE A TUTTI AMICI



CRONACA DI UN VIAGGIO IN INDIA

di Anna Volpi

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«Dall’alto New Delhi sembra una grossa manciata di cristalli gettati su un mare solido e nero.

Scorgo ordinate linee luminose, sembrano lampioni e invece si muovono.

Un’ immenso fiume di veicoli che, scopriro’ dopo, non hanno nulla di ordinato.

Dal « piano terra » Delhi mi accoglie buia e polverosa. La temperatura non e’ molto diversa da casa,

ma l’umidita’ e’ micidiale e appena uscita dall’aereoporto mi ricopro completamente di sudore.

Gente, cani, vetture, e mezzi ovunque.

Alle soglie di un grande hotel di lusso, dorme una famiglia nella polvere della strada. Tre vacche indolenti

ricevono del cibo, un’offerta da un uomo inchinato a loro.»

("Incontro di migrazioni diritti di cittadinanza e immagini"- Università Aperta 2010 - Mantova -)


Quando mi lamento del gran caldo di queste giornate estive, le persone si sciolgono in una sonora risata. In effetti, un anno fa ero in un luogo ben più caldo, immersa in un viaggio in India. Un libro aveva ispirato il mio viaggio “Raggiungere l’ultimo uomo†di Maria Pace Ottieri, (ed. Einaudi n.d.r.). Avevo scelto di recarmi in un ONG di un paese sperduto nel deserto del Rajasthan per motivi di studio e per sperimentare sulla mia pelle la sensazione di straniamento che si prova migrando verso un mondo lontano nello spazio e, a volte mi è parso, anche nel tempo da quello dove sono nata. Mi è capitato molte volte di viaggiare in solitaria interpretando il viaggio come metafora del cambiamento cercando con ogni mezzo di perdermi nei luoghi, spostando ogni volta il limite. È il limite, e la sfida che esso comporta, l’occasione di scoperta e crescita del sé. L’ignoto, può esser vissuto come spavento o come occasione. Per me è sempre stato un’occasione, per capire e capirmi, per conoscere e imparare. Sono partita per motivi di studio, ma anche, o forse soprattutto, per dimostrare a me stessa che mi ero ripresa da una lunghissima malattia.

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LE ASPIRAZIONI DI UNA GIOVANE COMPAGNIA TEATRALE

di Giacomo Marconi

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Spesso al teatro si giunge per caso. A volte per educazione familiare, altre per vocazione, più di frequente per curiosità o per fare nuove amicizie, per mettersi alla prova, per divertirsi.

Ciò che si è vissuto può restare un’esperienza che si ricorda con piacere, può far sbocciare una passione, ma fare teatro e viverlo appieno può anche trasformarsi nell’aspirazione della propria vita, in una necessità.

Quando mi iscrissi ad un laboratorio teatrale presso la scuola che stavo frequentando e quando, più per passione e per sfida che per desiderio di rendere il teatro una professione, fondai con i miei compagni, a Firenze, l’Associazione Culturale “Orsa Minoreâ€, avevo sottovalutato la forza ed il fascino che il teatro può esercitare su un adolescente; o forse, invece, ne ero perfettamente cosciente e già da tempo ricevevo dei segnali che con costanza ignoravo. Mi sono semplicemente lasciato guidare dalle mie inclinazioni.

Noi dell’Orsa Minore abbiamo provato sulla nostra pelle che il teatro, quando ti entra dentro, ti possiede e ti rende suo complice. Con esso si stabilisce un legame che si può allentare, ma mai spezzare. Il teatro è un inesauribile rompicapo, un gioco di materiali, intenzioni, incastri, corpi, luci, significati.

In mezzo a tutti i luoghi in cui siamo trascinati ed in cui camminiamo, corriamo, ci muoviamo, senza nemmeno accorgerci del tempo che scorre, dandoci per scontati, in teatro si riacquista la consapevolezza del proprio corpo che si muove, del tempo, del respiro.

Il teatro è quel luogo che sa di chiuso, di polvere e di legno in cui ti affacci da ragazzo, che ti insegna a conoscere, controllare e guidare il tuo corpo e le tue emozioni.

 

Per l’Orsa Minore il teatro è un luogo magico, in cui è concesso essere altro da se stessi, eppure reale, ove è possibile ritrovare la propria identità, offrendo al personaggio che si interpreta il proprio vissuto.

Il nostro teatro è onesto, sincero. Esso non si perde in chiacchiere, ma si concentra sul lavoro, non è pigro o indolente, ma è pronto al sacrificio. È un teatro di pancia e di terra e di carne e di sangue.

Non è statico, autoreferenziale o legato a dogmi e cliché. Al contrario, è sperimentazione, è un continuo rinnovarsi senza vergogna o paura di sbagliare, avventurandosi anche per sentieri non battuti. È un teatro che riesce a stupire chi guarda, ma mai come stupisce chi lo fa; un teatro a cui ci si può affidare, in cui “si lascia avvenire†e in cui si ringrazia con riconoscenza per ciò che è avvenuto.

Il teatro per l’Orsa Minore non giudica e non è mai didascalico, alle volte intrattiene, altre diverte o emoziona col riso o col pianto, più spesso racconta e si mette al servizio di chi non ha voce per denunciare l’ingiustizia e la corruzione, ciò che la società tende a reprimere e nascondere.

Il nostro teatro è generoso, appassionato, vive, rischia, si mette in gioco, può trovare consenso, contestazione o indifferenza. Esso è un’altalena di successi e fallimenti. Mai uguale a se stesso, è sempre un arricchimento, un modo per riflettere sui problemi, cercare stimoli, migliorare e trasmettere qualcosa di nuovo. Col teatro si esce allo scoperto, ci si confronta con gli altri, si dialoga, ci si racconta, ci si ascolta, si capisce noi stessi.

Per noi il teatro offre nuovi punti di vista, che risveglino i sensi addormentati delle persone, che regalino occhi nuovi per vedere la vita, spesso nascosta dietro i vetri opachi del quotidiano e dell’assuefazione.

Per noi questo è il teatro, condividere tutto questo è essere una Compagnia.

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I MARCIATTORI DELLA PACE!

di Andrea Bevacqua

 

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L’Umbria non l’ho mai vista così funestata dalla pioggia. La pioggia tra il 15 e il 16 è scesa sempre in maniera costante, senza tregua, senza sosta! E’ difficile pensare di mettersi in marcia, di fare ventiquattro chilometri sotto l’acqua insistente e battente! C’è chi come me la vede francescanamente, chi ha dubbi ma non se la sente di tirarsi indietro. E’ troppa la voglia di mettersi in marcia! L’acqua per quanto bella ti scoraggia, ti intimidisce, ti preoccupa, ti logora!

Ma la mattina del 16 nelle campagne di Gubbio, nel verde che San Francesco aveva spesso accarezzato e benedetto, nella terra umbra dove il Santo si è addormentato per sempre c’era impressa una storia. Tra cespugli, erba e alberi c’era scritto che... “I signori che aprono la pioggia sono degli uomini grandi, con le braccia e le mani enormi e delicate. I signori che aprono la pioggia vivono sopra le nuvole e quando le nuvole non ci sono, salgano sopra le stelle. Questi signori decidono se far piovere o no. Osservano le piante, osservano gli uomini, osservano la terra e capiscono quando c’è bisogno di mandare giù l’acqua. Nei giorni di metà maggio, i signori devono dare il massimo. La notte è il momento preferito per aprire la pioggia. Girano la manopole dei grandi rubinetti e si  siedono sulle nuvole.

Ma i signori che aprono la pioggia guardano dall’alto e quel mattino non potevano non vedere tanta gente andare verso Perugia. Tante bandiere arcobaleno, tanti colori, tanti suoni.  Nessuno aveva avvertito i signori dalle mani enormi e delicate, nessuno li aveva chiamati. Ma i signori che aprono la pioggia non dormono mai e il mattino guardano sempre giù  e danno sempre un po’ di tempo alle persone per raggiungere le loro destinazioni senza bagnarsi. Quella mattina non potevano aprire la pioggia, non potevano non permettere ai marciatori, alle bandiere arcobaleno di  camminare in nome della Pace!â€

 

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“Tutto va come dovrebbe andareâ€

di Sara D’Ippolito

Enorme, questa città. La Capitale. La radio nazionale ha per slogan “Tutto andrà beneâ€. Era la prima frase che avevo sentito arrivando in questo paese. Già... Auguri, pensai. Sono già diversi mesi che vivo qui eppure non sono ancora uscita da sola per le strade. I primi giorni tutto mi sembrava così enorme che anche arrivare al supermercato all’angolo della via risultava complicato. Ma allora non sapevo neppure leggere i cartelli delle strade o dei negozi. Ancora oggi non riesco ad avere una precisa comprensione della geografia del luogo e dei criteri architettonici, se così posso esprimermi. Da noi le case sono così minute, ammassate le une alle altre e in un colpo d’occhio puoi subito scorgere dove finisce il paese. Oggi è domenica e poi non è ancora così freddo da aver voglia di starsene tutto il giorno a casa. Mi decido. Esco. Abito in periferia. Qui i palazzi sono tutti molto alti e questo dà l’impressione che il cielo sia più profondo di quello che copriva la mia vecchia terra natia.

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“Follia … mania … xenofobiaâ€

di Sabrina Mantini

Dal cielo sputato e spinto ai margini

c’è un groviglio di giallo, di nero, macchie che sporcano il bianco leggero delle nubi,

è massa – a cui mettere argini!

 

Sul ciglio della strada, ai margini

c’è un fiore diverso, triste e fiero che ha perso ogni petalo di vero,

ogni  qualità – stupidità degli argini!


La sensibilità è ormai morta, è acqua raggrumata  – svaporata –,

la pietà è gravemente malata,


l’uguaglianza ha chiuso la sua porta,la fraternità  è evaporata,

và il senno sulla luna in biga alata.

 

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